ANGELI
VOLTI DELL’INVISIBILE

Illegio, 22 aprile – 3 ottobre 2010

Presenti in ogni forma di arte, dalla pittura al cinema, dalla letteratura alla musica, quei messaggeri divini e custodi celesti degli esseri umani che sono gli angeli attraversano la Sacra Scrittura come pure la tradizione iconografica dell’Occidente e sono uno dei soggetti preferiti dal genio creativo di moltissimi “narratori dell’invisibile”.

La mostra che il Comitato di San Floriano propone ad Illegio (Friuli VG) vuole documentare attraverso ottanta opere scelte anzitutto le figure angeliche ricordate esplicitamente dalle Sacre Scritture, in vari episodi della storia della salvezza, per completare poi il quadro con una specifica ricognizione delle caratteristiche proprie di ogni schiera angelica e con lo studio di alcuni casi particolari e meno conosciuti di culto e iconografia, come il culto dei sette arcangeli. Le tematiche iconografiche approfondite dalla mostra, perciò, sono:
1 Gli angeli nel ciclo di Abramo (Abramo e l’apparizione dei tre angeli; Abramo, Sara e l'angelo; Agar, Ismaele e l'angelo; il sacrificio di Isacco fermato dall’angelo)
2 Gli angeli nel ciclo di Giacobbe (il sogno di Giacobbe; la lotta di Giacobbe con l’angelo)
3 Gli angeli nel ciclo di Tobia (l’Arcangelo Raffaele con Tobia; il commiato di Raffaele e Tobia; l'Arcangelo rifiuta i beni di Tobia; la guarigione di Tobia)
4 Gli angeli in altri episodi dell’Antico testamento (Daniele nella fossa dei leoni)
5 Gli angeli nel Nuovo Testamento (l’Annunciazione a Maria; il sogno di San Giuseppe; adorazione angelica del Bambino nella Natività; Cristo nel deserto servito dagli angeli; Cristo confortato da un angelo nel Getsemani; l’angelo parla alle pie donne al sepolcro di Cristo; la liberazione di san Pietro dal carcere)
6 Le gerarchie angeliche (Angeli, Arcangeli, Principati, Potestà, Virtù, Dominazioni, Troni, Cherubini, Serafini)
7 Le funzioni angeliche (l’angelo custode; l’intercessore nel Giudizio particolare dell'anima)
8 Le vicende angeliche (la caduta degli angeli; la battaglia contro Satana e i suoi angeli)
9 La divina liturgia angelica (angeli cantori, musicanti, ceroferari, con i simboli della passione, adoranti)
10 I santi e gli angeli (La Madre di Dio e gli angeli; san Giovanni Battista condotto da un angelo nel deserto; san Giovanni apostolo e l'angelo apocalittico; san Matteo evangelista e l'angelo; san Domenico e altri )

Tra le firme più importanti presenti in mostra vanno ricordati Sandro Botticelli, Filippo Lippi, Melozzo da Forlì, Ridolfo Ghirlandaio, Correggio, Girolamo Savoldo, Orazio Gentileschi, Paolo Veronese, Peter Paul Rubens, Gian Lorenzo Bernini, Giambattista Tiepolo.
Che cosa è un angelo? Nella visione cattolica si scorgono due aspetti principali in queste creature così diverse dagli uomini e così vicine ad essi. Da una parte, l’angelo è una creatura che sta davanti a Dio, orientata con l’intero suo essere verso l’Onnipotente. Tutti e tre i nomi degli Arcangeli venerati nella liturgia della Chiesa – Michael, Gabriel, Raphael – finiscono con la parola “El”, che in ebraico significa “Dio”. Dio è inscritto nei loro nomi, cioè nella loro natura più profonda. La vera natura di questi esseri è dunque l’esistenza in vista di Lui e per Lui, l’essere rivolti alla Sua presenza. Proprio così si spiega anche il secondo aspetto che caratterizza gli angeli: essi sono messaggeri di Dio. Portano in qualche modo Dio agli uomini, aprono varchi tra il cielo e la terra. Proprio per il fatto di essere presso Dio possono essere anche molto vicini all’uomo: Dio, infatti, è più intimo a ciascun uomo di quanto non lo siamo noi stessi. Gli angeli parlano all’uomo di ciò che costituisce il cuore del suo essere, di ciò che nella sua vita tanto spesso è coperto di dimenticanza e sepolto di affanni. Essi, toccandolo da parte di Dio, lo chiamano a rientrare in se stesso.

Gli angeli costituiscono quella parte della creazione che nel Simbolo della fede viene descritto con l’espressione “le cose invisibili”. Singolare, dunque, che siano proprio essi il soggetto probabilmente più raffigurato in assoluto dalle arti.
La mostra si propone dunque, anzitutto, di indagare come, nel corso dei secoli, la figura dell’angelo sia cambiata nell’iconografia e nella teologia cristiana, rivelando così, indirettamente, come sia mutato l’atteggiamento dell’uomo dinanzi al mistero di Dio.

Nel corso dei secoli, infatti, la figura dell’angelo subì una serie di importanti mutazioni che determinarono la nascita di iconografie nuove, destinate in parte a perpetuarsi nei secoli successivi. Quando l’immagine dell’angelo si affacciò alle soglie del Medioevo, infatti, il suo corredo iconografico era ormai sostanzialmente fissato nelle linee principali. Il “nunzio celeste” cristiano era canonicamente presentato come un uomo, vestito di dalmatica e pallio, dietro le cui spalle spuntava un maestoso paio di ali. In ciò si differenziava dagli angeli apteri dell’epoca paleocristiana, non ancora marcatamente differenziati dalle raffigurazioni di Cristo. La necessità delle ali venne avvertita sempre più chiaramente per evitare ogni equivoco circa la superiorità di Cristo sugli angeli, essendo il primo Figlio eterno di Dio e i secondi semplici creature, per quanto sublimi.
Indubbiamente un ruolo non irrilevante nello sviluppo dell’iconografia cristiana lo giocarono le figure alate della mitologia classica – basti pensare alle figure di Eros e della Nike –, insieme all’angelologia del mondo orientale. L’evoluzione dell’iconografia angelica condusse ad una diversificazione rispetto al modello del primo Medioevo, dando origine a tre tipologie principali: gli angeli sacerdotali, gli angeli guerrieri e gli angeli di sembianze androgine o fanciullesche.
Particolarmente interessanti, all’interno di queste tipologie iconografiche principali, le varianti dell’angelo musicante o l’adozione di particolari elementi iconografici caratterizzanti, come, ad esempio, quello del nastro colorato svolazzante, oppure, nelle stagione rinascimentale e barocca, il caso degli angeli-nuvola.
Proprio durante il Medioevo si tentò una definizione dell’iconografia delle varie gerarchie elencate dallo pseudo Dionigi nel suo De Coelesti Hyerarchia, come pure da san Gregorio Magno e da altri teologi, che trovò un divulgatore eccellente in Dante Alighieri e nella sua Comedia.

Fra i primi esempi di Angeli in abito sacerdotale vanno sicuramente menzionati quelli dipinti sulle pareti di una cappella del convento di Sant’Apollonio a Bawi’t, in Egitto, databili fra il VI e il VII secolo della nostra era. La specificità della loro funzione liturgica è segnalata dalla presenza dei turiboli che tengono nella mano, mentre la foggia delle vesti riconduce alla tradizione copta. In altri termini l’appartenenza alla classe sacerdotale in senso lato viene indicata non in maniera generica, ma riproducendo fedelmente il vestiario che il contesto, la moda e la cultura dell’epoca utilizzano per l’abbigliamento liturgico. In tal senso, gli angeli dipinti da Giotto nella scena dell’Ascensione nella Cappella dell’Arena a Padova (1304-1305) o nell’Adorazione dei Magi, sempre agli Scrovegni, appartengono alla medesima tradizione liturgica e culturale cui si riferisce l’Arcangelo Gabriele dell’Annunciazione di Simone Martini agli Uffizi di Firenze (1333). Le differenze vere e proprie di vestiario tra gli uni e gli altri sono da assegnarsi a differenze di ordine angelico. Gli angeli di Giotto, che vestono la tunica stricta ornata di tablion, hanno un ruolo diaconale, mentre l’arcangelo Gabriele di Simone Martini, in quanto arcangelo, indossa una veste pienamente sacerdotale, con tanto di dalmatica e stola liturgiche. L’interpretazione naturalistica e cortese a un tempo ha spinto il pittore senese a guarnire la testa di Gabriele di un diadema con nastri svolazzanti che si nasconde fra le foglie di una corona di mirto o d’alloro. Ora, questo ornamento, nell’immagine visto di profilo, è spesso e volentieri rappresentato frontalmente, con i due nastri che si dispongono ai lati della testa. Si tratta di una soluzione iconografica di derivazione bizantina che ebbe non poca fortuna in Italia e che ritroviamo in opere molto importanti della pittura italiana: basti ricordare fra le altre la Maestà di Santa Trinità (1290-1300 ca.) di Cimabue o la Madonna Rucellai (1285 ca.) di Duccio di Buoninsegna, entrambe agli Uffizi. Quel tipo di ornamento non vuole indicare altro che la regalità della condizione angelica, secondo usi orientali.
Così, l’idea che gli angeli siano i soldati di un’armata celeste – come implicitamente affermato nei passi biblici dove s’invoca Dominus Sabaoth, il Signore degli Eserciti (1Sam 1,3,11; Sal 23-24,10; Ger 7,3 e 9,6; Is 1,9 e 4,3) –, è alla base dell’iconografia degli angeli in vesti militari. Fra le prime raffigurazioni del genere vi è quella dell’arcangelo Michele in Sant’Apollinare in Classe a Ravenna, a lato dell’abside (metà del VI secolo).
Strettamente connessa alla speculazione filosofica, religiosa e poetica che si sviluppò nel corso del XIV secolo relativamente al ruolo della donna angelicata nell’economia della Salvezza è una certa “femminilizzazione” della figura angelica, particolarmente manifesta nel suo abito.
Tuttavia lo sforzo più grande compiuto dalla cultura figurativa cristiana è stato quello di tentare di offrire un’immagine diversificata e immediatamente riconoscibile delle varie gerarchie celesti. Così gli ordini angelici vengono rappresentati nella ricordata volta del Battistero di Firenze e su quella, pure decorata a mosaico, del Battistero di San Marco a Venezia (1344-1354), mentre l’elegante pennello del Guariento ne ha fissato l’effigie sulle tavolette lignee conservate nei Musei Civici di Padova (1354-1357 ca.). Ora, infatti, non ci si accontenta più di segnalare i nove cori (Angeli, Arcangeli, Principati, Potestà, Virtù, Dominazioni, Troni, Cherubini e Serafini) enunciandone semplicemente il nome sulla base di tre passi di san Paolo nelle sue lettere agli Efesini (1,21 e 6,12) e ai Colossesi (1,16), ma li si vuole rendere chiaramente riconoscibili.
La concezione secondo cui le schiere angeliche si differenzierebbero, sulla base di specifiche caratteristiche o funzioni, in categorie separate e, ordinate gerarchicamente, governerebbero le sfere celesti, trae origine in realtà dalla tradizione apocrifa della tarda età giudaica. Nella Bibbia non si parla esplicitamente in nessun punto del numero delle categorie angeliche, le quali si possono ricavare soltanto dalla collazione di singoli passi del Vecchio e del Nuovo Testamento: cosi, i Serafini compaiono in Isaia (6,2), i Cherubini in Ezechiele (1,14-24; 10,4-22), mentre Troni, Dominazioni, Principati, Potestà e Virtù appaiono nei tre passi paolini citati, Arcangeli e Angeli sono citati in numerosissimi luoghi di entrambi i Testamenti. Solo a partire dalla seconda metà del IV secolo si delineò lentamente un accordo circa il numero dei cori, o categorie, pari a nove. E’ indubbio che il raggiungimento della determinazione numerica delle schiere angeliche vada attribuito ai Padri siriaci della Chiesa, attivi tra il 380 e il 500. Al termine di questo sviluppo si situa lo pseudo Dionigi Areopagita, attivo al principio del VI secolo, con il suo scritto De Coelesti Hyerarchia.
Uno dei significati di questa ordinata definizione delle nove schiere angeliche è da ricercare nell’esegesi della parabola delle dieci dracme: le nove dracme rappresentano le nove schiere angeliche rimaste fedeli a Dio dopo la ribellione di Lucifero e dei suoi angeli; la decima dracma perduta rappresenta, invece, l’umanità che dovrà colmare il vuoto lasciato da Lucifero, ristabilendo l’ordine alterato all’interno del cielo.

Illegio, 16 marzo 2010
Don Alessio GERETTI, curatore